Visualizzazione post con etichetta blues. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta blues. Mostra tutti i post

mercoledì 15 settembre 2010

La Cantina...Popolare




E finalmente si ricomincia!

La cantina del rock torna in onda con nuove puntate.
A partire da ottobre, ogni sabato saremo in diretta dagli studi di Radio Popolare Roma con un’ora di musica nera, vera e cruda. 
Ululati, interviste, notizie su concerti e naturalmente tantissima musica.
Ogni settimana scenderemo nelle cantine a pescare ottime bottiglie, magari blues di Chicago ’50, garage texano ’60, o piuttosto qualche ottima annata tipo 1977 o cabernet di sound australiano.
Contemporaneamente saremo in strada su qualche scalcagnato furgone a scorrazzare per le autostrade della musica underground, tra band autoprodotte a colpi di viscerale do-it-yourself.
La cantina del rock, come tutta l’ottima programmazione della radio, si potrà ascoltare sui 103.3 mhz per Roma oppure in streaming sulla pagina web dell’emittente
Come sempre le puntate saranno poi scaricabili in podcast, assieme a tutto il materiale trasmesso fino a oggi, sul nostro sito web.
Contattateci per segnalazioni di gruppi, concerti, iniziative e per inviare materiale in vinile, cd o cassetta.
Per ora non resta che salutarvi ringraziando la redazione di Radio Popolare Roma che ci offre questa splendida possibilità. 
Rock'n'roll!
Bob & Lev

La Cantina del Rock

domenica 4 aprile 2010

La Cantina del Rock: marzo rock'n'roll


Un po' a rilento, ma le cose che contano hanno tempi sempre un po' più lunghi. In questo caso c'ho messo un mese per rimettere mani sul blog. Evito di parlare di tutto quello che è successo durante. Se ne sono viste delle belle, ma rinvio a prossimi e meno urgenti momenti il racconto.
Ora voglio parlare dei tre dischi che, sempre in pillole, ho recensito per Post.it per il numero di marzo. Spiccano i Capputtini i'Lignu, che hanno fatto veramente un grande disco., uscito per Jeet Kune Records etichetta bella nuova come quest'aria di primavera.
Mi riprometto di essere un po' più costante nell'aggiornamento.


Capputtini i'Lignu 
Capputtini'i Lignu
2010

Due chitarre, una cassa, un cembalino e poco altro. Quanto basta ai Capputtini i'Lignu per combinare una miscela punk blues che farebbe saltare in aria una banca.
Il disco è un viaggio su una vecchia caffettiera a vapore. Si procede a scossoni, su scomode  panche di legno e in carrozze dal puzzo di sigaretta stantia. Ideale colonna sonora di un (rail)road movie in bianco e nero tra campi di cotone sconfinati e spazi metropolitani iperaffollati.  
La strumentale intro lascia presagire ciò che sarà: una chitarrina lontana e un rapido regolamento di conti che subito deflagra nell'acida "3x3". I deragliamenti sono continui, e i ritmi si fanno incalzanti (She's a crime), incandescenti (Bite in the neck blues e American Dream) e serrati (The robbery). 
Ci sono canzoncine sbronze da aperta campagna (Fire Flies, U'r like an ocean to me), strane invocazioni  notturne (Mr Death), ballate stralunate dal retrogusto malinconico "A betty full of rocks". Tornano vecchi fantasmi con "Wang Dang Doodle" scritta da Willie Dixon e suonata da mezzo mondo. 
Con la faccia ormai sporca di catrame, "Lord's fists" è l'ultimo episodio del viaggio. Pronti a girare il disco e ricominciare da capo.



Jacuzzi Boys 
No Seasons 

Gli Jacuzzi Boys, da Miami, ragazzini che hanno dato alle stampe ben cinque 7 pollici prima di arrivare al debutto sulla lunga distanza. Uscito negli ultimi mesi del 2009 per la Floridas Dying, "No seasons" è un disco che si beve tutto d'un fiato.
Basso, chitarra e batteria che trovano un interessante equilibrio tra i suoni di un passato ancestrale fatto di blues, giungla e psichedelia acida e allargata. Pura energia che non riesce a stare tra i solchi del disco. Una strada personale a ciò che oggi è rock'n'roll.


 The Doggs 
Sex, the doggs & r'n'r 
www.myspace.com/thedoggs69 
autoproduzione 
2009

I Doggs sono di Milano e vengono fuori negli ultimi mesi con questo EP autoprodotto, in pura etica D.I.Y.
Detroit Sound a vagonate, atmosfere stoogesiane e street rock'n'roll, con un orecchio ben puntato sul deragliamento cupo e metropolitano da macchina lanciata a tutto gas di notte sui vialoni della Motor City.
Il dischetto scivola via velocemente: lancinanti le trame di farfisa e sax, azzeccato ma che non guasterebbe sentire un po' più sporco. Possono fare buone cose dal vivo.

lunedì 21 dicembre 2009

La cantina del rock 108: Mississippi Delta Blues



Su queste pagine abbiamo già parlato di blues e senz'altro accadrà ancora.
Non se ne può fare a meno.
In compagnia del mio amico Massimino ci siamo fatti un'ora scarsa risalendo il Mississippi con tanta musica bella sporca nei testi, nella musica, nelle registrazioni.
Abbiamo cercato di raccontare la vicenda e i protagonisti, dovendo ahimè fare una selezione spietata per ragioni di tempo di quella che è la musica del diavolo, che pare proprio in persona abbia avuto a che fare con il signor Robert Johnson.
Da Big Bill Broonzy, ai vari cantori ciechi e vagabondi per le strade d'America (Willie Johnson, Willie McTell), alla Cocaine che trasuda feeling di Jay Abner, passando per la spledida voce femminile di Elizabeth Cotten, la slide guitar di Mississippi Fred McDowell, fino a San Francisco (Bay Blues) di Jesse Fuller.
Mississippi John Hurt canta di Stack O'Lee, il primo gangster nero e Charlie Patton i suoi blues ubriachi.  
La puntata si conclude con "The house of the rising sun", il bordello di New Orleans cantato da Leadbelly.

venerdì 11 dicembre 2009

La cantina del rock 107: R'n'R Terrorists







Recuperare lo spirito del blues, andando a fondo della tradizione musicale. Appropriarsi di un repertorio collettivo, personalizzandolo e utilizzandolo di volta in volta come fonte di espressione che, partendo da quei tre accordi, riesce ad essere sempre nuova.
La musica dei R'n'R Terrorists non sente compromessi: parte dalle radici campagnole del suono, vissute con attitudine punk, e se ne va a spasso per la sua strada, prendendo di volta in volta ciò che le serve per continuare il viaggio. O, per meglio dire, rubando.
"Stolen blues" è una raccolta di dodici blues "rubati, storpiati e condivisi", come si legge sulle note di copertina. Niente di più vero. Nessuna pretesa di originalità, nessuna ricostruzione filologica.
Unicamente la voglia di suonare, esprimere in una esplosione di chitarre slide, voci, urla, armonica e percussioni un qualcosa di personale che appartiene un pò a tutti.
Tantevvero che il gruppo, per le canzoni del disco, cita esplicitamente le fonti di ispirazione da cui ha attinto di volta in volta. Ma non sognatevi neanche un secondo di ascoltare un pezzo che già conoscete, perché il tutto è sempre rimescolato e, proprio come i blues della tradizione, rivive in una propria luce e in un contesto del tutto personale.
Si parte con "Dose of Power", un blues da vecchia locomotiva di quelli che ti sporcano la faccia di carbone e di cui non si capisce bene chi possa essere l'autore. Meglio così. Le sensazioni sono subito buone. Il suono, grazie soprattutto a una registrazione fatta in casa come le cose migliori, è materia bollente e basterebbe da solo a farci arrivare alla fine del disco.
Se il viaggio è senza tempo, si può raccogliere un pò dappertutto. E infatti le fonti di ispirazione non sono ricollegabili a un periodo solo.
Si passa dalle parti del Delta, con una sferragliante "You Gotta Move" (Fred McDowell), un'eterna, quanto difficile da riconoscere, "Stack'o Lee" (Mississippi John Hurt), e il Robert Johnson di "Preaching blues".
Si salta fino quasi ai giorni nostri con "Devil in the flesh" e "Bottom of the sea" della coppia Billy Childish - Dan Melchior, "Hammer me down" (Soledad Brothers) e i DM Bob and The Deficits (Two headed woman), lasciandosi per strada anche blues senza un autore (What will I do) per arrivare senza problemi a una versione indemoniata di "Free Speech for the dumb" addirittura dei Discharge (!). E c'è anche il tempo per un caffè (Coffee), messo su dai R'n'R Terrorists in una pausa delle registrazioni.
Il disco esce per l'encomiabile "Bubca Records", in edizione limitata di 200 copie numerate."Stolen blues" si può richiedere direttamente all'indirizzo dell'etichetta. Se siete interessati a organizzare concerti scrivete direttamente al gruppo a questo indirizzo.


sabato 28 novembre 2009

La cantina del rock 105: Gun Club




Di molti dei gruppi che amo non vedrò mai un concerto, non avrò la percezione dei suoni che si scaricano sul mio corpo o di una scarica di chitarra elettrica che mi scoppia nel cervello, non sarò tra il pubblico travolto da una bolgia di emozioni...
Non ho vissuto musicalmente gli anni '80 e non ero neanche nato quando uscì Fire of Love, mentre Miami è stato registrato che avevo pochi mesi.
Eppure ascolto i Gun Club come se fossero un gruppo che registra e suona adesso, non 25 anni fa. Forse perché il loro sound mi suona recente, mi suona attuale.
Contemporaneo.
I Gun Club nascono a Los Angeles alla fine degli anni '70 da quella mente folle di Jeffrey Lee Pierce che, radunando periodicamente e non senza difficoltà compagni di viaggio che puntualmente lo avrebbero poi abbandonato o che lui avrebbe allontanato senza una ragione, intraprende una folle e deragliante corsa, fatta di concerti, sbandate, cadute, kilometri, contraddizioni insanabili e melodie lancinanti.
Jeffrey Lee era annientato dalla bellezza del blues, dal delta del Mississippi e da quella che viene chiamata in genere tradizione musicale americana. A chi lo accompagnò nel viaggio per le autostrade della musica, aggiunse lo spirito punk che andava chiarendosi da qualche anno come un'istanza necessaria per approdare a qualcosa di nuovo e nello stesso tempo quanto mai vivo.
Lo hanno chiamato spesso punk blues: forse sarebbe meglio parlare di suono americano. Avere un repertorio, una tradizione che si è tramandata prima oralmente e poi su disco e viverla quotidianamente filtrandola attraverso il proprio vissuto e la propria esperienza.
Il blues, il country, il rock'n'roll, la psichedelia e altre mille rivoli centrifugati nel punk e ritrasmessi nel presente, come se fosse la cosà più semplice e la strada maestra da seguire.
Si narra che Jeffrey Lee abbia ereditato il rapporto con il diavolo da ben noti bluesman prima di loro e che assieme a Kid Congo Powers (Cramps, Nick Cave and Bad Seeds tra gli altri), abbia scritto le più belle pagine di blues bianco, sta di fatto che il cantante dei Gun Club è stato per lungo periodo l'erede e il propiziatore di questo fiume in piena che è il suono americano. Non facendo niente per esserlo, anzi sbagliando sempre tutto ciò che poteva sbagliare, senza redenzione nè prospettiva, ma capace di rinascere e mettere in musica tutto il suo tormento.
La storia dei Gun Club viene qui ripercorsa attraverso la loro musica, ascoltabile e percorribile senza nessuna pretesa di esaustività attraverso canzoni che non ne vogliono sapere di invecchiare.
La cantina del rock, che per coinvolgimenti personali si è già occupata dei Gun Club, torna a farlo per una puntata tematica dedicata alla band californiana, come atto d'amore incondizionato verso Jeffrey Lee e soci.
Buon ascolto

Bob


 


martedì 24 novembre 2009

La parola a Lev: Il blues



Spazio al primo intervento interamente pensato e scritto da un amico.
Lev, che qui si vede in una foto a New Orleans scattata lo scorso agosto, riflette a proposito del blues, delle sue origini e delle sue derivazioni.
Meraviglioso blues, fiume sui cui margini fiorisce rigogliosa la musica del secolo passato e su cui speriamo vada a insediarsi quella che verrà.
Quello che segue non è l'articolo di un critico nè ha pretese di esaustività. Si tratta solo un punto di vista sulla vicenda, un punto di vista documentato ma tuttavia personale.

Quando i Beatles registrarono "Roll Over Beethoven", non fu soltanto Beethoven ad essere chiamato in causa, ma soprattutto l'autore Chuck Berry.
Se i Rolling Stones suonavano "Confession the Blues", stavano confessando in realtà l'influenza di Walter Brown e BB. King, e quando gli Animals cantavano di un "Big Boss Man" si riferivano a Jimmy Reed.
Il "Blues in the Bottle" dei Lovin' Spoonful era di Lightnin Hopkins, mentre fu un nero del Mississippi, Bukka White, ad ispirare a Bob Dylan la sua "Fixin to Die".
Questo brevi considerazioni riguardano il blues e la storia di una minoranza segregata divenuta ispiratrice della musica R'n'R' attraverso la società intera.
Quando i cantanti di blues potevano essere ascoltati in qualsiasi cortile del Sud, e i portici delle botteghe e le capanne delle piantagioni risuonavano dei suoni pigri delle chitarre, erano pochi quelli che si soffermavano a considerare la natura di quella musica.
I blues singers facevano parte del panorama circostante, e non venivano notati più di quanto lo fossero i muli che trascinavano i carri di cotone sgranato.
Ma questo non deve stupire, dal momento in cui è nella natura della musica avere rapporti strettissimi con i prodotti del lavoro dell'uomo e non poter essere separata dalle forme del vivere quotidiano.
Basti pensare alla quantità di bluesmen ciechi che hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia del blues, impossibilitati a guadagnarsi il pane maneggiando una zappa o un'aratro, ricorrevano alla musica come mezzo di sopravvivenza.
Di quei tempi ci sono stati trasmessi solo alcuni frammenti occasionali.
Tendenzialmente il blues veniva guardato con ostilità considerato una degenerazione; nessuno si diede la briga di considerare questa "musica", non ci sono testimoni se non gli stessi blues singers.
Alcuni vedono il blues come una musica di protesta certi altri come un compiacimento di autocommiserazione; altri ne considerano fondamentalmente l'influenza che ha avuto per l'evolversi del jazz e della musica rock.
Da qualsiasi punto di vista lo si consideri, il blues è contemporaneamente uno stato d'animo e una musica che gli da voce.
E' il lamento di chi è abbandonato, un grido d'indipendenza, l'impotenza dell'uomo nel pieno delle sue forze, la rabbia del frustrato, il riso amaro del fatalista.
E' l'agonia dell'indecisione, la disperazione del disoccupato, l'angoscia di chi è stato spogliato di tutto, è lo spirito caustico del cinico.
Il blues è l'espressione privata dell'individuo che trova nella musica un veicolo per i propri sentimenti, la musica di una frangia ristretta all'interno di un gruppo isolato
Ovviamente il blues era anche divertimento, musica per bere e ballare per sfogarsi dopo le fatiche del duro lavoro settimanale.
La cosa certa è che il blues trova i suoi rappresentanti in seno a una comunità popolare, sia nel profondo sud contadino, che nei ghetti congestionati di una città industriale.
Il blues è il canto di chi s'improvvisa chitarrista in un retrobottega, il frastuono di un locale fumoso di periferia, lo show di una compagnia ambulante..il blues è tutte queste cose tutta questa gente e molto di più ma soprattutto l'ispirazione di un uomo apprezzato solo dalla sua comunità, e a volte forse solo da se stesso.
Quindi la storia del blues è la storia di donne e uomini umili, oscuri, modesti, è la storia di nomi di cui non rimane nulla se non qualche minuto di registrazione...la storia di uomini "veri" e di qualcosa che non si può vendere e comprare per niente e nessuno.

Lev